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L’Europa in pericolo

L’Europa in pericolo

Nelle istituzioni comunitarie e non solo, hanno tirato un sospiro di sollievo: soddisfazione per una catastrofe evitata, che non toglie però preoccupazione per la quasi metà degli austriaci che hanno preferito il voto di destra.
Del resto, sono invece nove i Paesi europei nei quali una destra dura è al governo, mentre in altri è in netta crescita, a cominciare dalla Francia dove il Fronte Nazionale di Marine Le Pen gode di ampi consensi, e della Gran Bretagna, dove lo Ukip di Farage ha raggiunto il 27% nelle ultime elezioni europee e condiziona il referendum prossimo sulla permanenza del Paese nella Ue.
Allargando lo sguardo negli Stati Uniti, il miliardario populista Trump ha travolto gli altri pretendenti repubblicani alla candidatura nelle presidenziali e minaccia perfino di superare Hilary Clinton, candidata dei democratici.
E questo panorama, potrebbe estendersi all’America Latina dove crollano uno dopo l'altro governi radical-socialisti e all’immensa distesa della Federazione Russa dove Putin regna di fatto con un vasto consenso.
Tornando al quadro europeo, quel che colpisce è la difficoltà o l’incapacità delle forze politiche tradizionali, ma anche del sindacato, ad analizzare e comprendere la vastità di un fenomeno, quello dei neo nazionalismi, che non ci si può limitare ad esorcizzare, in attesa che passi la tempesta.
Le classi dirigenti dell’Europa sono le prime responsabili di questa involuzione che minaccia la stessa costruzione comunitaria. Hanno con ceca miopia pensato che bastasse la moneta unica e le politiche di coesione a tenere in piedi l’Ue, accantonando ogni motivazione ideale e ogni suggestione della Storia, interamente legata alla Grecia e a Roma e alle radici cristiano-giudaiche che ci è preoccupati di accantonare o negare.
Alla negazione degli elementi vitali e costitutivi dell’identità europea si è affiancato un irrazionale ed egoistico individualismo e una insufficiente apertura culturale per cogliere come le ricette buone fino ai primi del secolo fossero del tutto inadeguate a cogliere e governare la complessità dei problemi aperti dalla crisi economica mondiale e dalla rivoluzione tecnologica.
Su questa esigenza e sugli orizzonti che ne derivano le forze politiche devono sapersi reinventare, fermo restando che la base da cui partire può essere rinvenuta proprio nella pastorale di Papa Francesco.

Giampiero Catone

 

Manovre a Bruxelles per un’Europa dei Paesi forti

Manovre a Bruxelles per un’Europa dei Paesi forti

Per l’Italia e i Paesi mediterranei si coglie, a Bruxelles, un aria pesante, quasi anticipatrice di un temporale. E la tempesta starebbe tutta nelle strategie di cui si parla con più insistenza, che prefigurerebbero una contrazione dello spazio Schengen, quello della libera circolazione, a un numero ristretto di Stati del centro-nord dell’Europa, ponendo così la premessa di una Unione a due velocità. Del resto, l’ipotesi di una Comunità Europea dal cuore carolingio era stata già avanzata come ipotesi di studio nei mesi scorsi, quando l’ondata migratoria dalle coste medio-orientali e africane aveva già fatto emergere la fragilità, se non la finzione, di una Europa solidale. La prima pietra di questo disegno, che deve preoccupare l’Italia, è stata posta nelle ultime ore dalla messa in mora della Grecia per le politiche dell’accoglienza e dalla conseguente previsione di prolungare per altri 24 mesi la chiusura delle frontiere da parte di Austria, Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Olanda e Danimarca. Si può quindi prefigurare un’Europa fortezza, dalle frontiere sigillate, e un’Europa molle, destinata a misurarsi da sola con il triste fenomeno delle migrazioni. Chiusi molti valichi, infatti, ai disperati che fuggono dalle guerre e dalla povertà non rimarrebbe che percorrere altro tragitto che quello verso la Grecia e l’Italia, senza che possa prefigurarsi alcuna altra ipotesi di ospitalità per i fuggiaschi. Il governo italiano che è, con quello Greco, sulla linea del fronte della disperazione deve fare di tutto per fermare questa deriva egoista dell’Europa, questo tornare indietro ben oltre l’epoca lontana dei fondatori, quando, sulle difficoltà, prevaleva la voglia di costruire e l’ottimismo non solo della volontà ma della ragione.

Giampiero Catone

 

Per l’Italia, rischi di accerchiamento in Europa

Per l’Italia, rischi di accerchiamento in Europa

C’è, in Europa, nella levata di scudi e nel malumore dichiarato o sottaciuto nei confronti del premier, qualcosa che ricorda una data non troppo remota, quella del 2011 , quando un governo, legittimato dalle elezioni e su ripetuti voti parlamentari, cadde accerchiato dai poteri forti dell’Europa e dell’occidente. Rispetto a quel tempo, ci sono differenze sostanziali, ma non esaustive di un rischio: la crisi economica non morde come allora e sopratutto, oggi, c’è, da una parte, una Banca Centrale Europea che tutela efficacemente l’equilibrio monetario e, dall’altra, sul piano interno, una maggioranza parlamentare meno lacerata come quella di allora. È certamente vero che, nei tempi della Prima Repubblica, quando la qualità del linguaggio contava, toni come quelli che caratterizzano il confronto politico attuale, e purtroppo, anche talune espressioni del nostro premier, sarebbero stati giudicati severamente, ma è altrettanto vero che a Bruxelles tiri una brutta aria verso il nostro Governo. Una supponenza corrosiva che non promette nulla di buono e che investe le nostre richieste di una concezione meno tetra e gretta delle politiche economiche e del lavoro e denuncia l’intollerabile peso, senza adeguate compensazioni, dell’esodo biblico dalle sponde africane verso le nostre. Su questa linea accigliata e sospettosa verso l’Italia c’è una convergenza di fatto fra popolari e socialisti, che sono le due grandi forze che dominano nel Parlamento Europeo, e per fronteggiarla, Renzi denuncia le supposte congiure degli euroburocrati, e certo esagerando, rivendica un ruolo di guida per l’Italia: una prospettiva, questa, tanto affascinante quanto improbabile, nemmeno considerata perfino da un predecessore di Renzi, un romagnolo che pur disponeva di altri poteri. Nel futuro, Renzi, che non ha registrato purtroppo alcuna solidarietà fra i partner europei, dovrà perciò guardarsi dai toni troppo baldanzosi e anche da alcune manipolazioni storiche, quando parla dei Governi precedenti come quelli atteggiati a mendicanti, con il cappello in mano, di fronte alle autorità comunitarie. Nulla di più ingeneroso e falso, a considerare il ruolo decisivo del nostro Paese nella costruzione europea, nel suo allargamento a Spagna, Portogallo e Grecia, e via dicendo, con una caduta di tono che semmai va coincidere con la fine della Prima Repubblica. Un ultimo consiglio al premier: valuti con equilibrio i punti più delicati del progetto per le unioni civili: non lo aiuterebbe l’immagine di Paese verticalmente diviso.
Giampiero Catone